Cappella dei Magi aggiungi alla cartella

informazioni generali - apparati e documentazione

Ambiente, Architettura:
Cappella, detta ‘cappella dei Magi’

Autore, ambito:
Michelozzo (1396-1472)

Committente, collezionista:
Cosimo il Vecchio de' Medici (1389-1464); Piero il Gottoso de' Medici (1416-1469).

Epoca, data:
entro il 1459

Ubicazione:
Firenze, Palazzo Medici Riccardi, primo piano.

Dati Tecnici:
vano originario di m 6,18x10,25, di cui il vestibolo originario di m 5,76x1,73 e la cappella di m 576x832. La cappella è poi composta da: l'aula di m 5,76x 5,16; la scarsella di m 2,95x2,97; i ricetti laterali, di cui quello sinistro è l'unico ancora praticabile, di m 1,24x2,97.

Iscrizioni:
Epigrafe, perduta, iscritta sopra un portale (cfr. Caglioti 2000, p. 74):
regum dona, preces superum, mens virginis arae
sunt sacra: siste procul, turba profana, pedem!

(Oxford, Bodleian Library, Lat. Misc. e 81, c. 127v, ed. in Grayson 1973, n. 45)

Descrizione, soggetto:
La cappella di Palazzo Medici è uno degli ambienti più suggestivi del Rinascimento fiorentino. Essa, nonostante certe manomissioni, ha mantenuto integri l’atmosfera originaria e il fascino di decorazioni e arredi.
In origine, la cappella e il relativo vestibolo, che correva lungo tutta la parete di ingresso, costituivano un vano maggiore di formato rettangolare. L’insieme, ben individuabile nelle piante del 1650, risulta alterato dall’introduzione dello scalone secentesco, come si può notare nella cartografia odierna.
La cappella è composta da due vani pressoché a pianta quadrata, uno maggiore e uno minore. Quest’ultimo è la scarsella con l’altare, sopraelevata rispetto all’aula principale. Il varco che mette in comunicazione la scarsella e l’aula è incorniciato da due paraste scanalate e rudentate con capitelli corinzi, realizzate in pietraforte e lumeggiate in oro e bianco. I profili angolari di paraste e capitelli si ripetono ai lati della parete di fondo della cappella. Un cornicione, ornato a motivi geometrici, corre lungo le pareti della cappella e nell’architrave poggiante sulle due paraste, delimitando i due vani. Ai lati della scarsella si aprono due piccole sagrestie, di cui solo quella di sinistra è ancora praticabile.
La geometria quadrangolare dell’aula è interrotta dalla sporgenza dell’angolo sud-ovest verso l’interno dell’ambiente, approntata a seguito delle trasformazioni seicentesche (si vedano le Notizie storiche). Qui si apre l’ingresso attuale della cappella, anche se l’accesso originario era la porta (ora chiusa) al centro della parete meridionale, di fronte all’altare. Da tale punto di vista, si apprezza al meglio l’organizzazione simmetrica e prospettica dell’ambiente e dei suoi spazi.
Due oculi, l’uno di fronte all’altro, si aprono rispettivamente sopra l’altare e sulla antica porta di ingresso. A sinistra di quest’ultima si trova anche una finestra con i vetri a tondini

Il pavimento è decorato a motivi geometrici, con tarsie di marmi colorati e porfidi antichi. Il soffitto ligneo è intagliato dorato e dipinto, con decorazioni a clipei e lacunari di carattere classicheggiante. Alle pareti una zoccolatura dipinta riprende i motivi del pavimento in marmi e pietre dure. Le palle dello stemma mediceo e le imprese dell’anello con la punta di diamante e delle tre piume ricorrono in tutto l’apparato decorativo.
Sull’altare (sistemato nello stato attuale nel 1929) poggia un dipinto su tavola con una Adorazione del Bambino riferibile alla bottega di Filippo Lippi: l’opera è una replica coeva dell’originaria pala d’altare dipinta dallo stesso Filippo Lippi, ora conservata nei musei statali di Berlino.
Le pareti sono interamente rivestite da affreschi di Benozzo Gozzoli, raffiguranti il Viaggio dei Magi nel vano maggiore, La veglia dei pastori in attesa dell’annuncio sopra le porte delle sagrestie, gli Angeli adoranti e cantori ai lati della scarsella, e i simboli degli Evangelisti Giovanni e Matteo sulla parete dietro l’altare. Il ciclo pittorico è introdotto da L’Agnello mistico e i sette candelabri dell’Apocalisse, affrescato dallo stesso Gozzoli sopra l’ingresso originario nel vestibolo della cappella (ora facente parte degli ambienti della Prefettura).
Sotto gli affreschi corre una zoccolatura dipinta a imitazione di marmi intcarsiati con dischi a finto marmo e motivi decorativi bianchi su fondo blu, raffiguranti fra l’altro le imprese medicee presenti nel pavimento e nel soffitto.
La porta lignea della sagrestiola di sinistra è ornata tarsie con un motivo a cadelabra.
Lungo due pareti dell’aula principale sono appoggiati stalli lignei, intarsiati e scolpiti con motivi a volute e complesse decorazioni ogivali. Sulla parete occidentale si trovano un altro stallo del coro e un bancone con la medesima ornamentazione.
A destra dell’altare si apre uno sportellino ligneo su piccolo vano ricavato nella muratura, aperto sull’esterno. Ignota è la datazione di tale vano, che doveva avere funzioni di ciborio. Esso è registrato nella pianta di Stegman e Geymüller del 1885.
Nel piccolo andito sopra citato, che in origine fungeva da vestibolo, a sinistra dello stipite dell’antico portale, si trova una piccola lastra di porfido incassata nel muro, forse nel punto dove in origine si trovava l’elegante acquasantiera in marmo su un piedistallo in granito orientale, lodata dalle fonti ma andata perduta (cfr. qui in Archivio / Antologia : Descrizione della Cappella maggiore, post 1706).

Notizie storiche:
Indice
L’edificazione
L’architettura di Michelozzo
La decorazione
Il ciclo pittorico
L’epigrafe perduta
L’arredo
Posizione e uso della cappella
Gli anni della Repubblica
La trasformazione e i restauri

L’edificazione

Nel 1422,grazie a una speciale dispensa ottenuta da papa Martino V, Cosimo aveva ottenuto il privilegio di poter disporre di un altare portatile da collocare nei propri ambienti domestici per l’officiatura privata. Tale altare fu dunque trasferito dalla “casa vecchia” alla nuova dimora in via Larga, nella cappella costruita appositamente da Michelozzo per ordine dello stesso Cosimo. Avviata qualche anno dopo l’inizio dei lavori per l’edificazione dell’intero palazzo (1445-46),la struttura della cappella doveva essere compiuta intorno al 1449, quando il capomastro Pagno di Lapo veniva pagato per levare un canapo nell’ambiente della cappella stessa. Nell’aprile del 1459, Cosimo il Vecchio ricevette Galeazzo Maria Sforza, rampollo del duca di Milano suo alleato, nel sacello ormai concluso e compiutamente ornato e arredato, pur essendo ancora privo delle pitture murali.

L’architettura di Michelozzo

La cappella, costituita da due vani di pianta quadrata, un’aula maggiore e una scarsella, con due sagrestiole ai lati, si ispirava alla Sagrestia Vecchia di San Lorenzo realizzata da Filippo Brunelleschi per Giovanni di Bicci, padre di Cosimo il Vecchio. Come si deduce dalle piante secentesche dell’edificio, la cappella insieme al vestibolo antistante componevano un vano rettangolare, delimitato da due muri portanti ortogonali a via Larga e due parete trasversali. Tale vano fu suddiviso con murature di mattoni ad una testa, per ricavare - leggendo le piante da sinistra a destra - lo stretto vestibolo contiguo alla parete di ingresso della cappella, l’aula della cappella stessa, la scarsella e le due sagrestiole ai lati di quest’ultima. Dunque l’altare e la sua ancona risultavano così orientati verso sud, in direzione del centro religioso cittadino segnato dal Battistero e dal Duomo.
Ricognizioni ed esami svolti in vista della recente campagna di restauro, hanno permesso di rilevare un particolare accorgimento adottato da Michelozzo nell’edificare la cappella: “le pareti perimetrali, infatti, appaiono foderate con una controparete in mattoni ad una testa, che ha assicurato un supporto omogeneo e con una rilevante inerzia termica alla decorazione pittorica” (L. Marchetti, in I restauri… 1992, p. 19). Inoltre, l’ambiente prendeva solo indirettamente luce dall’esterno grazie a un oculo sopra la porta di ingresso al centro (visibile ancora) e un altro sopra l’altare, entrambi aperti su ambienti attigui. Nei secoli la stabilità termica mantenuta grazie alla doppia struttura muraria e la penombra garantita dalle piccole finestre hanno favorito la conservazione dei tesori d’arte ivi custoditi, in particolare degli affreschi di Benozzo Gozzoli.


La decorazione

Nella primavera del 1459, quando il sacello di Palazzo Medici fu ammirato da Galeazzo Maria Sforza, l’ambiente era dotato del pavimento di marmi intarsiati, del soffitto ligneo intagliato dorato e dipinto, e l’altare. Questo aveva probabilmente un aspetto leggermente diverso da quello odierno, che è una ricostruzione del 1929 con i materiali rimasti nel palazzo e lì identificati: apparteneva alla struttura orginale la lastra strigilata di marmo rosso di Maremma posta come paliotto.


Il ciclo pittorico

La pala raffigurante la Adorazione del Bambino già posta sulla mensa dell’altare era stata da poco eseguita da Filippo Lippi e (ora nei musei statali di Berlino e sostituita da una copia antica ).
Poco dopo la visita dello Sforza, Benozzo Gozzoli rivestì di affreschi le pareti della cappella e la porzione muraria all’esterno del sacello sopra l’originaria porta d’ingresso, situata al centro della parete sud davanti all’altare, ma oggi non più accessibile al visitatore. Il pittore lavorò fra l’estate dello stesso 1459 e probabilmente i primi dell’anno seguente, sotto l’occhio vigile di Piero de’ Medici e dell’amico Roberto Martelli, Benozzo concluse in breve tempo l’impresa, la cui fama superò quella del suo stesso autore.
Sulla antica porta dalla parte del vestibolo è rappresentato l’Agnello mistico sull’altare con sette candelabri e sette sigilli pendenti, immagine tratta dalla Apocalisse di Giovanni. All’interno della cappella sono raffigurati il Viaggio dei Magi nel vano maggiore, I pastori in attesa dell’annuncio sopra le porte delle sagrestiole, gli Angeli adoranti ai lati della scarsella, e i simboli de I quattro Evangelisti dietro l’altare (che dopo le manomissioni ottocentesche sono stati ridotti a due, l’aquila di San Giovanni e l’angelo di san Matteo). Tale ciclo fu concepito in stretta relazione tematica e figurativa con la Adorazione del Bambino del Lippi in origine pala d’altare del sacello, nonché conclusione e fulcro al tempo stesso dell’intero ciclo pittorico.
Risale a tale momento anche la pittura della zoccolatura sotto gli affreschi, di cui sopravvive la stesura originaria solo nella scarsella sulle pareti laterali sotto gli angeli (il resto risale al restauro del 1875-76).


L’epigrafe perduta

Il nesso tematico che lega le parti pittoriche era evidenziato da una iscrizione andata perduta, ma trascritta in un’antologia di settanta componimenti, conservata in un codice conservato a Oxford presso la Bodleian Library (Lat. Misc. e 81) e pubblicata da Cecil Grayson (1973), che riferisce tali poesie a Gentile Becchi, prelato, letterato, nonché precettore di casa Medici. La datazione della raccolta, posta dal Grayson negli anni 1460-70, è ampliata da Caglioti (2000, p. 66) fra il 1454 e il 1469-70. Fra i brani di tale raccolta riferibili a opere figurative ed evidentemente destinate ad epigrafi da apporre ad esse, quattro sono da mettere in relazione con manufatti allora in Palazzo Medici: la Giuditta e il David di Donatello, un pezzo antico raffigurante un Priapo e i dipinti nella cappella dei Magi (Grayson 1973, nn. 4, 28, 38, 45; Agosti, Farinella 1992, pp. 99 e 104 note 141-142; Acidini Luchinat 1993, pp. 8, 12-15; Caglioti 2000, pp. 6-7). Il testo di una probabile iscrizione nella cappella medicea è stato riconosciuto nel seguente distico, preceduto da un titulus latino:
Ad Cosmianum sacellum, in cuius prima parte Magi, in 2a Angeli canentes in 3a Maria partum adorans, ut corde, v[er]bo et op[er]e adeuntes sacrificarent, pingeba[n]tur.
regum dona, preces superum, mens virginis arae
sunt sacra: siste procul, turba profana, pedem!

(trad.: “Alla cappella di Cosimo, nella cui prima parte si dipingevano i Magi, nella seconda gli angeli cantori, nella terza Maria che adora il suo nato, affinché i visitatori sacrificassero col cuore, colla parola e coll’opera”. “I doni dei re, le preghiere degli spiriti superni, la mente della Vergine
sono le cose sacre dell’altare: tieni lontana, o folla profana, il piede!”. Cfr. Acidini Luchinat 1993, pp. 8, 12-15; Caglioti 2000, pp. 6-7, 75 nota 78).
Titulus e distico sono entrambi da attribuire al Becchi e da collocare alla fine degli anni Cinquanta, mentre venivano approntate le pitture del Lippi e del Gozzoli (“pingeba[n]tur”; Caglioti 2000, p. 75). Come hanno dimostrato puntuali riscontri documentari (ancora Caglioti 2000, pp. 73-75), l’iscrizione era apposta sopra un portale di accesso alla cappella, probabilmente quello del vestibolo antistante sulla sinistra entrando dal corridoio, registrato nelle piante del 1650 ma distrutto nelle ristrutturazioni secentesche (vedi oltre). Il portale perduto era posto all’estremità settentrionale del grande corridoio sulla loggia orientale, che dalla antica scala padronale sul lato opposto introduceva al primo piano. L’epigrafe ben si attagliava a tale ingresso, perché aveva una funzione anche pubblica: era infatti l’ingresso che varcavano gli ospiti illustri ricevuti dal capofamiglia in cappella (vedi oltre).
Un’altra iscrizione, probabilmente in prosa e di carattere dedicatorio e celebrativo, era inserita probabilmente nel pavimento in una targa al centro del gradino che introduce nella scarsella.

L’arredo
Nei primi anni settanta del Quattrocento venne approntato il coro ligneo, addossato alle tre pareti dell’aula. Attribuito a Giuliano da Sangallo, fu eseguito probabilmente negli anni Settanta del Quattrocento, su commissione di Lorenzo il Magnifico, figlio di Piero de’ Medici.
Inoltre il sacello era arricchito da un prezioso corredo, documentato dall’inventario del 1492. Esso comprendeva splendidi parati e arredi, come il prezioso Reliquiario del Libretto in gemme e oro, già appartenuto ai reali di Francia (oggi al Museo dell’Opera del Duomo).

Posizione e uso della cappella
Per comprendere l’uso della cappella e il significato della sua posizione nell’ambito della organizzazione degli ambienti di Palazzo Medici, risultano strumenti fondamentali in particolare l’inventario del 1492, la descrizione del Filarete e le piante del 1650 relative in particolare alle soffitte del piano terreno, al primo piano, e alle soffitte del primo piano.
Al tempo dei Medici gli ospiti di riguardo entravano nel cortile del palazzo, percorrevano il loggiato orientale, salivano la grande scala posta sul lato meridionale (dove poi i Riccardi hanno costruito la scala a chiocciola ancora esistente) e giungevano così al piano nobile; qui, sul pianerottolo, c’erano a ricevere tali ospiti i figli del capofamiglia, che li accompagnavano lungo un corridoio che correva sopra lo stesso loggiato orientale e che in fondo attraverso una porta, probabilmente fiancheggiata da acquasantiere, immetteva nel vestibolo antistante la cappella, dove c’era ad attenderli il proprietario della dimora. Tale percorso fece Galeazzo Maria Sforza in visita a Firenze nel 1459 , ricevuto in cima alla scala da Piero il Gottoso e introdotto quindi in cappella al cospetto di Cosimo il Vecchio. Tale percorso è descritto anche dal Filarete nel suo trattato.
La cappella era dunque il cuore della casa, punto di arrivo degli ospiti illustri e punto di partenza per visitare l’appartamento principale su via Larga. Dalla cappella infatti parte l’inventario del 1492, redatto alla morte del Magnifico, per registrare gli arredi del primo piano. Proprio a causa del sua duplice finalità di ambiente pubblico e privato, la cappella con il relativo vestibolo non era situata su via Larga, cioè in linea con l’infilata di stanze dell’appartamento principale sul fronte orientale, ma fu bensì edificata fuori asse, spostata leggermente verso ovest in maniera collegarsi sia con l’appartamento che con il corridoio principale del piano attraverso due porte del vestibolo (quella orientale è ancora esistente, aperta sul cosiddetto salone di Carlo VIII).
Nelle piante del 1650 si osservano piccole scale nei ricetti ai lati della scarsella. Nel ricetto di sinistra una scala a chiocciola portava al mezzanino sottostante, da dove fra l’altro si poteva uscire di nascosto dal palazzo avendo così a disposizione una via di fuga. Invece, nella sagrestiola di destra, una scaletta a rampe saliva fino a un ballatoio esterno che correva verso via Larga e costeggiava l’anticamera dell’appartamento principale fino all’angolo nord-est. Qui si rientrava prendendo un’altra scaletta, parallela alla precedente, che saliva sopra lo studiolo e conduceva alle soffitte sopra l’anticamera. Dal medesimo ricetto destro, attraverso una piccola porta, si poteva anche accedere a una stanzina di servizio, serrata in pianta fra la cappella e lo studiolo a nord dell’appartamento su via Larga: lo stretto vano doveva avere funzioni di sagrestia vera e propria.


Gli anni della Repubblica

Dopo la cacciata dei Medici (9 novembre 1494), i sei sindaci - nominati dalla neonata Repubblica per amministrare i beni medicei - trasferirono molti arredi della cappella dei Magi dal palazzo in via Larga alla canonica di San Lorenzo, su concessione di un decreto governativo del 9 giugno 1495 onde evitare saccheggi e dispersioni. Poi, in base alla delibera dell’11 dicembre dello stesso 1495, tali arredi furono destinati alla cappella dei Signori dedicata a San Bernardo in Palazzo della Signoria, allora sistemata nel vano della sala dell’Udienza. Molti arredi della cappella dei Magi - fra cui la pala d’altare e il coro ligneo - furono così trasportati da San Lorenzo a Palazzo della Signoria.
Il 30 giugno 1513 gli operai di Palazzo restituirono buona parte degli arredi, insieme agli altri beni sequestrati, a Lorenzo di Piero de’ Medici dopo il reinsediamento della famiglia in città e nella propria dimora.


Le trasformazioni e i restauri

Nonostante gli accorgimenti costruttivi adottati da Michelozzo per preservare l’ambiente da mutazioni climatiche e assestamenti statici, dal XVII secolo si sono susseguiti interventi invasivi e traumatici alle strutture murarie della cappella stessa che hanno alterato l’aspetto da scrigno chiuso proprio della cappella e hanno provocato la perdita irrimediabile di porzioni di affreschi.
Prima del 1650, ai lati della porta di accesso originaria, sono state aperte due grandi finestre rettangolari per dare maggiore luce all’ambiente, introducendola dai saloni attigui al vestibolo.
Dopo che il palazzo divenne di proprietà dei Riccardi (1659), gli architetti responsabili delle ristrutturazioni e degli ampliamenti della dimora ipotizzarono l’abbattimento della cappella per poter realizzare un ampio scalone di rappresentanza. Il pericolo fu sventato dal progetto definitivo dello scalone approntato da Giovan Battista Foggini, ma i lavori per la realizzazione conclusi entro il 1689 comportarono la manomissione più grave per la struttura muraria della cappella: infatti, per guadagnare lo spazio necessario al pianerottolo con cui terminava lo scalone al piano nobile, venne abbattuta il fronte occidentale del vestibolo e modificata la struttura muraria dell’angolo sud-ovest della cappella, trasformandola così nella rientranza visibile ancora oggi e dove fu riportata la finestra aperta alcuni decenni prima, ancora in epoca medicea. A tale scopo fu traslata parte dell’intonaco affrescato della parete ovest (comprendente la parte posteriore del cavallo del mago Melchiorre e alcuni armigeri) e abbattuta la porzione di parete sul lato sud, già peraltro offesa dall’apertura della finestra in epoca ancora medicea. Dunque le porzioni di affresco quattrocentesco irrimediabilmente perdute nell’intervento edilizio sono state sostituite da una integrazione pittorica a tempera magra di autore ignoto, che imita il paesaggio raffigurato dal Gozzoli. La trasformazione strutturale comportò perdite ed adattamenti anche per il soffitto, il pavimento, di cui furono scoperte pari senza commesso, e il coro ligneo, che fu smontato e spostato.
Per riparare almeno in parte ai danni arrecati alla cappella con tale intervento, fra il 1680 e il 1691 furono approntati importanti restauri dell’ambiente. L’intervento è puntualmente descritto in un documento rintracciato da Giuseppe De Juliis e pubblicato dall’Acidini (1993, p. 24, nota 71). L’autore del restauro pittore fu il pittore Jacopo Chiavistelli, decoratore e quadraturista, impegnato con i Riccardi dagli anni settanta ai novanta e pagato per la cappella il 15 ottobre 1689. Per tale ambiente, oltre al restauro pittorico, il Chiavistelli dipinse le decorazioni nel “ricetto”, cioè lo stretto andito su cui si affaccia l’ingresso originario del sacello: la decorazione, che imita luminosi partiti architettonici e plastici, incornicia l’immagine dell’Agnello mistico, che il Gozzoli aveva dipinto sopra il portale come introduzione al ciclo murale all’interno.
Nel 1837, l’apertura di una grande finestra centinata sulla parete di fondo della scarsella è costata a perdita di un’altra parte degli affreschi, fra cui i simboli degli evangelisti Luca e Marco. Tale finestra risulta dotata di vetri in stile neorinascimentale in una fotografia dell’Archivio Mannelli (Acidini 1993, p. 19). Le pitture furono restaurate da Antonio Marini.
Nel 1875-76 è stata smantellata la finestra inferriata secentesca a destra della parete di ingresso, per aprire la porta che ancora oggi da accesso alla cappella, dato che nel frattempo il vestibolo e dunque la porta quattrocentesca erano stati compresi nell’appartamento prefettizio. Nell’occasione vennero ripuliti soffitto e pitture. Inoltre venne rifatto lo zoccolo dipinto, dopo aver abraso i resti della stesura originale, molto consunta. Per far ciò vennero prese a modello le uniche porzioni superstiti ancora nella scarsella (sotto gli angeli dell’affresco), che comunque furono assai ridipinte a tempera grassa (Acdini Luchinat 1993, p. 373)
Sul pianerottolo esterno prospiciente lo scalone, sulla parete corrispondente alla cappella, furono realizzate due porte uguali di gusto neorinascimentale (di cui solo quella di destra da accesso al sacello) sormontate da finti oculi, con valore solo ornamentale.
Nel 1916 altro restauro dei dipinti: Garibaldo Cepparelli, restauratore e pittore di fondali scenici, stese una nuova doratura su nimbi e ali degli angeli nella scarsella, ripetendo le incisioni in versetti del Gloria sulle aureole, fra l’altro con errori.
Infine nel 1929, fu chiusa la finestra ottocentesca e sostituita da un occhio e da una tamponatura tinteggiata a imitazione delle precedenti ridipinture settecentesche.
In tempi recenti, fra il 1988 e il 1992 le Soprintendenze fiorentine per i Beni Ambientali e Architettonici e per i Beni e Artistici e Storici con l’Opificio delle Pietre Dure e il Consorzio Pegasus dopo un’accurata campagna diagnostica, hanno realizzato un impegnativo restauro, per il cui finanziamento è stato determinante il contributo della Banca Toscana. La cappella con il suo corredo ha recuperato la piena leggibilità del suo percorso storico e delle sue peculiarità architettoniche e ornamentali, nonostante le alterazioni strutturali e i pesanti interventi sulle pitture.
La cappella si presenta ancora oggi al visitatore come uno scrigno prezioso chiuso nella struttura robusta e possente dell’edificio, custode geloso di un felice e irripetibile connubio fra arte e storia, fastosa mondanità e mistica devozione, fiaba cortese e solenne celebrazione pubblica.



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