'Allegorie dei Mesi', di Luca della Robbia aggiungi alla cartella

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Opera:
Allegorie dei Dodici Mesi - tondi

Autore, ambito:
Luca della Robbia (1439/40-1482)

Committente, collezionista:
Piero il Gottoso de' Medici (1416-1469)

Epoca, data:
1450-1456 ca.

Ubicazione:
Londra, Victoria & Albert Museum

Inventario:
inv. nn.: 7632-1861 (Gennaio), 7633-1861 (Febbraio), 7634-1861 (Marzo), 7635-1861 (Aprile), 7636-1861 (Maggio), 7637-1861 (Giugno), 7638-1861 (Luglio), 7639-1861 (Agost

Dati Tecnici:
terracotta invetriata, policroma (nei colori azzurro, bianco e giallo e nero); diametro, rispettivamente, cm: 59.7 (Gennaio), 60 (Febbraio), 59.7 (Marzo), 58.4 (Aprile), 56.8 (Maggio), 56.5 (Giugno), 56.2 (Luglio), 59,7 (Agosto), 60.3 (Settembre), 60.3 (Ottobre), 60 (Novembre), 59.7 (Dicembre).

Provenienza:
Firenze, Palazzo Medici, studiolo.

Descrizione, soggetto:
I dodici tondi in terracotta invetriata, dipinti su fondo bianco in varie tonalità di azzurro, rappresentano i Lavori dei Mesi accompagnati dalle indicazioni astrologiche relative. Ciascuna scena è circondata da un bordo circolare azzurro, chiaro e scuro, a seconda della durata del giorno e della notte durante tale mese. Su tale fascia circolare si trovano iscritti il nome del mese in basso e le ore del giorno ai lati, alle estremità della porzione chiara. In alto, sulla sinistra di ciascun tondo è rappresentata la casa dello Zodiaco in cui si trova il Sole in quel determinato mese. Dalla parte opposta, in basso si trova il crescente che indica le fasi lunari.

Notizie storiche:
I tondi in terracotta invetriata ora al Victoria & Albert Museum di Londra sono quanto resta dello splendido rivestimento della volta a botte ribassata dello studiolo al primo piano di Palazzo Medici. Luca della Robbia li realizzò poco dopo la metà del Quattrocento, fra il 1450 e il 1456, per Piero il Gottoso, che nella raffinata tecnica dell’invetriatura, messa a punto dall’artista, trovava una particolare sintonia con il proprio gusto raffinato ed elegante, amante di materiali pregiati cui sembravano alludere i colori smaglianti delle terrecotte robbiane.
Nel soffitto dello studiolo di Palazzo Medici i tondi dovevano essere inseriti entro campiture colorate che richiamavano marmi rari e preziosi, quali il porfido e il serpentino verde. La diversa curvatura dei dodici tondi ha portato a ipotizzare che essi fossero ordinati nell’intradosso della volta in tre file di quattro elementi ciascuna, una al centro (con i mesi di Maggio, Giugno, Luglio e Agosto) e le altre ai lati della volta a botte fra l’imposta e la chiave di volta (Pope-Hennessy 1980, p. 241). Secondo un’altra ipotesi (Gentilini 1992, p. 164 nota 25), invece i tondi erano ordinati per semestri seguendo la sequenza dettata dall’anno fiorentino che iniziava da marzo, con una combinazione a scacchiera.
L’insieme, con l’alternanza di motivi figurati entro cornici circolari e mattonelle variopinte che creano motivi decorativi astratti e multicolori, doveva richiamare l’assetto di altri rivestimenti di soffitti realizzati da Luca negli anni seguenti, in particolare quello della cappella del Cardinale del Portogallo in San Miniato al Monte, ma anche quelli nei tempietti ancora in San Miniato e nel santuario dell’Impruneta.
L’iconografia dei tondi robbiani sembra rifarsi a una fonte antica, il trattato De Re Rustica di Lucio Giunio Columella (4-70 d.C.), che esalta i piaceri della vita campestre apprezzabili nei soggiorni in villa.
Il soffitto dello studiolo di Piero de’ Medici, insieme al pavimento in maiolica, agli armadi intarsiati, alle innumerevoli rarità ivi contenute, ai preziosi manoscritti, ha suscitato l’ammirazione e lo stupore dei contemporanei come testimoniano le pagine del Filarete e del Vasari (si veda Archivio/Antologia nella scheda dello Studiolo). Nel 1468 Diomede Carafa chiese alcuni disegni che ritraessero il soffitto per usarli come modello nel realizzare gli ambienti della sua nuova residenza a Napoli.
La volta fu smantellata insieme all’intero ambiente dello studiolo, poco dopo l’acquisto del palazzo da parte dei Riccardi nel 1659.
Nell’intenzione dei nuovi proprietari le terrecotte invetriate dovevano probabilmente essere ricollocate nel locale in facciata, forse costruito appositamente di dimensioni ridotte, posto a collegamento fra l’ala medicea e l’ala riccardiana. Modificato il progetto, il piccolo ambiente venne affrescato da Jacopo Chiavistelli e dunque denominato "ricetto dipinto”, mentre le formelle furono trasferite nel Casino di Valfonda dove le ricorda una relazione di fine Settecento.



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